THE WHO 17/09/2017

I ragazzi stanno bene, anche se tanto ragazzi non lo sono più, e meno male che non hanno visto realizzarsi quel desiderio espresso nel 1965. Sì, quello di morire prima di diventare vecchi. Invece, a mezzo secolo di distanza, i Who sono ancora qui, a portare avanti un lungo tour celebrativo del cinquantenario di carriera che ieri è passato di nuovo da Bologna a 49 anni dalla prima e unica volta.
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10Quello all’Unipol Arena di Casalecchio, al debutto dopo il restyling che l’ha portata a una capienza massima di 18mila posti a cui Pete Townshend e Roger Daltrey si sono molto avvicinati, è anche il primo concerto in Italia della band dopo 44 anni, in attesa di quello a Milano di domani. Era il tour di “Who’s Next”, a Roma, e facendo due conti sulla data d’uscita di quel disco, 1972, Townshend si rivolge alle prime file e nota come “molti di voi nemmeno erano nati, allora”. Vero, ma in realtà il pubblico è un mescolarsi di generazioni, padri e figli, alcuni che gli Who li hanno vissuti e altri se li sono fatti raccontare. Per poi ritrovarsi qui, unica occasione d’incrocio, a parte una sfortunata data a Verona nel 2007 in cui la setlist fu tagliata perché Daltrey rimase senza voce. “Quando veniamo in Italia in genere qualcosa va storto, stasera invece è stata fantastica”, ci scherza il cantante al momento dei saluti.
Nel mezzo, due ore di classici del rock che tra i tanti meriti hanno quello di aver creato l’immaginario mod, pilastro del costume e della cultura popolare, prima ancora che musicale, d’Inghilterra. E se c’è una cosa come la Royal Family della musica britannica, dopo i Beatles e gli Stones il ramo successivo dell’albero genealogico porta a loro. Alla potente “I Can’t Explain” che apre a sorpresa il concerto, a “Won’t Get Fooled Again” che lo chiude, a “My Generation”, a “Baba O’Riley”. Al braccio a mulinello e alla pennata di chitarra di Townshend, una di quelle – poche – pose iconiche consegnate alla storia della musica. Lui e Daltrey, reduci dell’epopea mod di chi non andava con la Vespa sui colli ma con la Lambretta lungo i cliff britannici, sono ancora un’accoppiata che fa invidia ai colleghi più freschi d’età. Sono i veri protagonisti davanti a una scenografia minimale, e del resto non servono droni, strutture futuriste e macchinari alla James Bond, quando hai le canzoni e la capacità di suonarle in quel modo lì.
Magari anche gli Who con gli anni si sono normalizzati e i tempi in cui Keith Moon faceva saltare per aria la batteria in diretta tv sono passati, e alle pelli c’è il più regolare Zak Starkey. Ma comunque indiavolato e perfetto regista dell’orchestra, del resto è figlio di Ringo Starr, oltre che batterista degli Oasis per un paio di tour: parliamo insomma di uno che di leggende della musica inglese, e quindi mondiale, se ne intende.
Mentre Townshend racconta dei suoi due nipoti che vivono a Ferrara, “uno carino l’altro molto dispettoso”, viene da chiedersi perché non venga a trovarli più spesso. Perché magari ci si può lamentare del sempre più alto costo dei concerti, ma qui parliamo di un livello altro, qui parliamo di un genere di prima necessità. Un suggerimento ai neo diciottenni: se non sapete come investire il bonus cultura, un concerto dei Who sarebbe un modo saggio per farlo.